Michele vive a Milano, studia come diventare ricco, ma ne sbaglia la pratica.
È biologo, per il momento lavora poco, ma le cose importanti le ha davvero tutte, intendo un'auto quasi nuova, un walkman, una muta da sub.
Facciamo un salto indietro, restando nella stessa città, con Michele studente e niente altro di differente. A parte Paola.
Paola ora è medico psichiatra (..cura te stesso !), nel salto all'indietro la troviamo poco più che ventenne alle prese con testi di anatomia umana.
La storia a dire il vero comincia da un'altro portone, quello di Carla.
Carla è di qualche anno più giovane, persona di difficile classificazione. Benestante.
Non era una cattiva ragazza, forse un po' viziata, più che altro aveva un seno esageratamente grande e lineamenti nettissimi che la rendevano attraente.
Michele l'aveva notata un pomeriggio mentre lei si stava togliendo un maglione, ed il seno pizzicato dal golf aveva ondulato un paio di volte prima di fermarsi.
Così se ne era interessato, trovandola anche simpatica (anche).
Si erano parlati quindi per qualche anno, frequentando un corso di inglese insieme.
Da Lei Paola fu presentata a Michele, ed i guai dicevo, erano sulla strada di arrivare a fiotti.
Paola era figlia di commercianti, il padre aveva un grande negozio di alimentari e liquori nel centro di Milano.
Si frequentarono un poco in quattro, Paola, Carla, il fidanzato di Carla, che aveva un nome da rabbrividire, e Michele.
A Michele, a dire il vero, parve di capire quasi tutto quasi subito, ed una sera, a Carla e l'altro lui abbozzò : Paola è proprio un bel tipo, così sicura di sè.
Scatenò l'ilarità del fidanzato idiota della stessa.
‑Sicura Paola ???, non hai proprio capito un cazzo.
E c'è chi nella vita fa carriera diplomatica...
In fondo non era malaccio. Paola dimostrava fisicamente quindici anni, biondo‑chiaro con occhi azzurri ed un sedere sporgente, non era quello che si dice una gran manza.
Poi correva in macchina, con il sedile tutto avanti contro il parabrezza, come chi ha appena preso la patente, o ha un padre dentista.
Desiderava una Audi quattro ruote motrici ma le finanze del padre commerciante, anche se floride, non arivavano a tanto.
Arrivò l'estate e con essa la smania di partire. Michele non aveva programmi, lo studio lo ubriacava con la sua interminabilità.
Rimase in città ad estate inoltrata solo con Paola, e presero così a vedersi, ognuno con un gelato in mano.
Michele non pensava affatto a lei. Era piuttosto affascinato da Carla.
Le fesserie si moltiplicano da sole. anche questo è noto.
Alla fine di agosto di quell'anno, Paola e Michele decisero di fare una gita a Venezia.
Doveva essere, nelle intenzioni, una gita di qualche giorno.
La sera prima del viaggio Michele rimase da lei a dormire.
‑Mi piace ricevere lettere, le leggo sempre con grande interesse. Mi piace chi scrive molto, è una cosa che fa tantissima compagnia.
Era nel suo letto con pigiama estivo, con pantaloni corti e canottiera, di un azzurro vivo, le gambe abbronzate sorprendentemente attraenti.
Una busta bianca in mano aveva motivato il discorso. Veniva da un amico di Lei. Affanculo tutti gli Amici Cari di qualcuno.
Michele dormiva lì di fianco, sul letto sfilato da sotto il suo, sorpreso dall'essere in quel posto, quella sera.
Tempo dopo gli dissero :‑ Dovevi baciarla quella sera stessa, lei lo voleva, da una certa età in poi invitare qualcuno a dormire è un esplicito invito a scopare.
Lui allora non ci credeva, anzi se è per quello non ci crede neanche adesso, anche se dice il contrario.
Presero il treno per Venezia la mattina presto, camminando tutto il giorno su e giù per quelle quattro cose che in quella città si possono visitare in poche ore.
Rimasero via solo quel giorno, lui, con lei vicino, non riusciva a prendere decisioni, neanche sull'albergo o sulla cena da mangiare. Quella sera provò a dirle che era cotto per Carla, senza risposta.
Rientrarono a Milano con l'ultimo treno della notte.
Presero il giornale e se lo divisero mettendolo sotto le scarpe appoggiate sui sedili.
Erano soli nello scompartimento.
Spensero la luce.
Michele, abituati gli occhi al buio guardò Paola di fronte illuminata da raggi in movimento che dai lampioni delle stradine di campagna penetravano attraverso il finestrino e crevano ombre deformi che sfuggivano lungo le pareti.
Lei era sdraiata sull'altro sedile, la faccia stanca e gli occhi chiusi non riusciva a prendere sonno.
In un maglione blu aveva ritirato anche le mani, e a vederla lì di fronte, che tentava di dormire, Michele se ne innamorò.
Poi arrivò una gentile controllore che accese la luce chiedendo scusa e se ne andò augurando buonanotte.
A Verona salirono gli scassapalle. Sei allegri appassionati di lirica, in uscita dall'Arena, molto desiderosi di commentare la serata.
Arrivarono a Milano di mattina molto presto.
Presero un taxi e si fecero portare a casa di lei.
Abitava da poco tempo in un grande appartamento nuovo.
Entrandoci si annusava chiaramente l'odore delle vernici e l'assenza di polvere.
Anche un altro era il profumo che colpiva entrandoci :
una strana essenza che si ritrovava eguale in ogni stanza; qualcosa tra i fiori di campo ed una mela verde.
Era di una polvere profumata che la donna delle pulizie, madre di fatto della famiglia, aggiungeva ad ogni bucato.
Il gusto si era lentamente fatto strada dalle lenzuola su per le pareti, e si trovava ora non solo sui vestiti, ma fra le pagine dei libri e sui tasti del pianoforte che lei aveva nella sua stanza.
Paola ne aveva perfino intrisi i capelli, di inverno le braccia ne prendevano l'essenza dai maglioni.
Il tassista li portò sotto casa superando tutta una via senza asfalto con due ruote sul marciapiede.
‑ Lavorano alle tubature‑ spiegò maledicendo il tempo gli operai e qualcos'altro di incomprensibile prima di cozzare contro un gradino troppo alto.
Non si arrese, prese la rincorsa e riprovò il salto. Due, tre volte, alla quarta mise la retromarcia e cambiò strada.
Era una situazione al limite dell' assurdo, Paola sgranava gli occhi guardando quest'uomo folle che alle cinque del mattino del quindici di agosto si impegnava smadonnando a cozzare il muso dell'auto contro un muretto di granito palesemente fuori misura.
Dopo un minuto, per un'altra strada, furono a casa.
Michele tirò fuori il letto da sotto quello di Paola e vi si buttò sopra.
Dormì subito. Lei fece più o meno lo stesso.
Si svegliarono nel primo pomeriggio, fecero colazione poi Michele tornò a casa.
‑Ci vediamo dopo cena.‑ La salutò.
‑Dopo cena.‑rispose lei.
Paola partiva quella sera stessa per la Jugoslavia con il fidanzato di Carla per una vacanza di pura amicizia. Così dicevano, Carla compresa, che esclusa dal gioco cercava la via meno dolorosa per farsene una ragione.
Si videro per cena invece.
Doveva essere un tranquillo congedo, un arrivederci a qualche settimana dopo.
‑Ho capito un po' come sei ‑ cominciò lei ‑ ho capito molto di come la pensi.
Lui cominciò in quel momento a non capire più molto.
‑Davvero ? ‑ rispose sorpreso
‑Tu non ami la vita, meglio, tu non ami il tuo corpo, ti piace leggere, scrivere, ascoltare musica... ma anche solo mangiare, il più fisico e necessario degli atti, non ti entusiasma mai. Tu non stai bene nella tua pelle. Poi neanche te ne accorgi. Disdegni la fisicità degli atti, qualsiasi atto.
Lui non riusciva neanche a rispondere un innocuo 'ma va'', era paralizzato, sorpreso da quel discorso non richiesto, non stimolato.
‑Non sono molto daccordo.‑ abbozzò. cos'altro poteva dire ? ‑Non sono daccordo per niente ‑.
‑Neanche reagisci alle violenze ‑continuò lei‑ perchè questa è una violenza, lo so benissimo che la senti come una violenza, il mio discorso ti colpisce e tu neanche reagisci, è peggio che vivere in sordina, non ti sporgi neanche un po', fingi che non ti interessi nulla, ma stai da cane e si vede. Sei disarmonico, impacciato, e quello che ti sto dicendo neanche so perchè te lo dico, secondo me non può servire a niente, forse è meglio lasciarti dormire lasciarti nel tuo limbo ignorante e saltare oltre, anche se qualcosa di buono certo ce l'hai.
Se mai un discorso al mondo ne avesse bisogno, questo è perfetto per la risposta "ma va' affanculo" ;
la paralisi progressiva che lo aveva colpito annullava gli effetti anche dei più elementari riflessi.
Rispose :‑ Lo credi davvero ? (da mettersi le mani nei capelli). Non posso proprio crederci, sono così davvero ?.‑
fesso fino in fondo il nostro piccio.
‑Adesso vado ‑. concluse Lei‑ buona fine di ferie.
‑Buon viaggio ‑ fece lui, bruciandosi la seconda occasione di un sonoro invito rivolto al suo quarto posteriore.
Si persero di vista per tutto l'autunno, l'inverno e qualche giorno di primavera.
Si guardarono venire l'un l'altro incontro un pomeriggio di aprile, al teatro nel quale Leonard Cohen avrebbe suonato dopo poche ore.
Michele la guardò arrivare e giurò che poche altre volte si era trovato così bene nella sua vita.
Poi Paola lo raggiunse.
‑Stai bene ? ‑ chiese lei
Come te ‑replicò lui sorridendo.
Rise contento coma di speranze ben riposte.
Si erano ritrovati, qualsiasi cosa questo avesse portato.
Finirono in breve per dividersi quella fine di inverno.
In poche settimane presero a vedersi assiduamente, pretesti a parte, per gite sui campi da sci, passeggiate serali e film.
Michele sviluppava in quei giorni la netta sensazione di stare per fare una brutta fine, ma voleva godersela fino in fondo.
Non sapeva ancora nulla di dove si trovasse il fondo.
Nè sapeva che esso è in discesa.
Una sera di mezza primavera, davanti ad un panino primavera del bar Cavour lei disse :‑Così settimana entrante io parto.
‑ Dove vai ?. sbadigliò lui
‑ Vado in Perù, non te l'ho detto ?.
Come se tuo marito ti dicesse 'beh cara, io vado in Perù tre settimane, vai a prendere a scuola tu i bambini' , e tu, moglie sclerotica, non solo non capisse, ma dimenticassi anche che qualcosa del discorso ti era sfuggito.
Michele, ormai in totale squilibrio ormonale, ne visse la parte mistica, e credette fra di sè 'per lei è una cosa così normale...'
Poi tornò a casa, preso un blocco nuovo di fogli cominciò a scrivere una lettera per ogni giorno che lei sarebbe rimasta via.
Ventitrè faticose opere, compresa una breve introduzione.
Poi si scattò una foto a mezzo busto attraverso lo specchio del bagno e mise nella busta anche questa.
Aggiunse un biglietto : Visto che si dice 'lontano dagli occhi lontano dal cuore' non vorrei correre questo rischio proprio ora.
A lui sembrava abbastanza esplicito.
Le consegnò il pacco appena pronto.
Mancavano ancora parecchi giorni alla partenza.
La pregò di aprirlo una volta in aereo.
La vigilia, nel pomeriggio uscirono insieme alla ricerca di stivali di gomma numero trenta da portare in viaggio, lui si allontanò con una scusa e le comprò un bracciale d'oro a maglie piatte.
Era quello che poteva darle. Era felice di poterlo fare.
Aggiunse a sera ‑ Ci manca solo di fare un po' di sesso, poi saremo due veri fidanzati. Perchè noi stiamo insieme vero ?.
Tutto un problema centrato in una frase sola, non c'era male.
‑Sesso ? non Mi sembra che ci voglia del sesso. tagliò corto lei.
Non stavano insieme, dedurreste voi.
Non vuole esporsi, dedusse Michele.
A saperne parlare, probabilmente risulterebbe una bella vicenda, con facce che entrano dalle porte ed escono dalle finestre, persone che non riescono a stare lontane, e parecchi altri argomenti che ne farebbero una storia di successo.
Per farl breve, Lei partì, lesse le lettere, tornò.
Non fecero mai del sesso. Passarono insieme l'estate successiva. Dormirono insieme molte notti, nello stesso letto. Lui la desiderò e non la ebbe.
Una sera Michele arrivò a scoprirle un seno. Poi alzò lo sguardo e la vide con gli occhi sbarrati, dietro il suo muro.
Smise così.
Anche se una delle notti successive arrivò a toccarla, sotto i corti pantaloni del suo pigiama. Lei non si svegliò, o finse di non svegliarsi. Lui la sentì inumidirsi poi si spaventò e tolse la mano.
Si lasciarono per sempre alla fine di quell'estate.
A Michele, negli anni trascorsi da allora, è capitato di vedere Paola qualche volta soltanto. Per caso. Carla invece non l'ha incontrata più.
Sono le vicende sospese, quelle che avrebbero potuto essere diverse e non lo sono state. Perchè non sono state nulla, e ogni cosa.
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