La danza macabra cominciò il suo giro alle 16 e 23 del primo giorno di primavera del 1996. Figurine che non distinguevo bene si erano accoccolate sulla mia pancia e avevano cominciato a tirare i peli che crescono radi attorno al mio ombelico.
Non avevo idea circa il dove mi stessero tentando di trascinare, anche perchè invece che in una direzione, beh, sembravano proprio fare solo treccine.
Le figure erano rappresentazioni dell’immaginario più prevedibile. La morte in persona e puoi una moltitudine di diavoletti e fauni ereditati da qualche libro del liceo. La morte stessa era molto polverosa, come con uno strato di muffa grigiastra che le attenuava tutti i lineamenti.
Era bello, standosene lì sdraiati al calduccio di quella incerta giornata d’aprile, vedere che tutti quelli ballavano e ballavano, ma no, proprio nessuno sembrava avere una qualche chance di farcela.
Se avessi dovuto inghiottire uno di loro, ma non ero sicuro che l’inghiottirli avrebbe portato da qualche parte, avrei inghiottito un fauno che sembrava godersela un mucchio, fra la lanuggine che ogni giorno si raccoglie all’interno del mio ombelico, erosa dagli abiti.
Mi limitavo a guardarli tessere la loro maestosa opera di pelo umano vivente, e solo con grande attenzione riuscivo a sentire i loro piedi e i loro zoccoli premermi la pancia.
Lo stato di semisonno dura ancora qualche momento. Un dente della cerniera dei pantaloni si era incastrato chissà come con un ciuffo di peli del ventre. Fatico e maledico non poco per liberarmi.
Mi dispiace lasciare questa compagnia. Anche se silenziosa era certo meglio di quello che mi aspetta ora di fare. L’ennesima rilettura di date e luoghi di una cronologia improbabile di scoperte geologiche. Terzultimo esame di una serie che ha un limite infinito.
Ho idee meravigliose in questi giorni. Ho sempre idee meravigliose, anche se la difficoltà degli ultimi mesi sta nell’avere qualcuno a cui raccontarle. Da quando Caterina mi ha lasciato il tempo ha subìto una dilatazione che farebbe andare in crisi tutta la fisica relativistica.
Da quando Caterina mi ha lasciato non è successo più nulla.
Nulla di emozionante, intendo, e ogni mattina in cui vado a lavorare, e per andare a lavorare prendo il treno, rivivo la mattina in cui l’ho accompagnata alla stazione per non vederla tornare più.
In testa al binario mi aveva baciato. Aveva anche detto che c’erano ancora della cose da dire.
Ma poi il treno era partito in una direzione, il binario in un’altra, e non si sono più incontrati.
Sono un mentitore. Anni di frequentazioni con un gabinetto psicoterapico hanno determinato la convinzione che io abbia costruito un falso di me stesso che cammina per le strade. La partecipazione a questo falso è così coinvolgente che alla fine nessuno sa più chi è il vero e chi è il falso. Neppure il falso ed il vero lo sanno, e se si incontrano per caso danno vita a dialoghi Kafkiani.
Questo crea disagio, ed è prevedibile che lo faccia. È un po’ come se incontraste uno dei personaggi che quel primo giorno di primavera mi ballavano, nel sonno, sulla pancia. Con la vostra faccia.
Ho trent’anni compiuti. Troppi per essere un’enfant prodige in qualsiasi cosa se non nel morbo d’Alzheimer, ma nella mia famiglia non ci sono casi di questa malattia, e forse la scampero’.
Ho l’età in cui molti erano già morti in guerre di cui se ne fregavano, e quella in cui parecchi della mia famiglia avevano già messo al mondo dei figli.
Questi sono i motivi che mi fanno essere piuttosto serio, nella vita. Ho l’età in cui gli uomini di neanderthal avevano già pronipoti e iniziavano a scavarsi la fossa.
Quello che mi cruccia è che non mi pare di avere avuto abbastanza opportunità di imparare le cose che mi interessavano.
Mi cruccia anche che Caterina mi abbia lasciato per mettersi a frequentare una compagnia di persone più allegre (più leggere), estremamente più superficiali.
milano, 22 aprile 1996
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